“Colpa delle Stelle”, John Green

Tutto è iniziato con Shakespeare, “King Lear”: ” […] when we are sick in fortune, often the surfeit of our own behaviour, we make guilty of our disasters the sun, the moon, and the stars […]”. Dopo aver riflettuto a lungo in merito alla profonda verità delle sue parole (o meglio, delle parole di Edumund) mi è venuto in mente che forse il libro di cui tutti parlavano da mesi aveva proprio a che fare con il buon vecchio William.
Ebbene, non era un riferimento al “King Lear”, ma alcuni concetti viaggiano e si palesano all’interno di diverse opere di uno stesso autore. Nel caso di Shakespeare, il destino dell’uomo e il suo legame con le azioni dello stesso è un tema che ricorre anche in un verso del “Julius Caesar”: “:“The fault, dear Brutus, is not in our stars / But in ourselves, that we are underlings.”. È proprio da questi versi che John Green ha preso ispirazione per il titolo del suo romanzo, che si sviluppa quindi in piena contrapposizione rispetto a ciò che scrisse Shakespeare quattro secoli fa. L’uomo non è sempre artefice del proprio destino. Ci sono cose che dipendono da fattori esterni per noi incontrollabili, insomma, dalle stelle. Dal XVI secolo al 2012.
La letteratura è ciò che collega tempi diversi in un mondo senza tempo.

Augustus Waters e Hazel Grace sono padroni del proprio destino solo in misura della loro possibilità di scegliere se accettare un amore infinitamente grande in una quantità di tempo miserevolmente limitata o meno, dal momento che entrambi sono affetti da cancro in fase terminale.
Ogni pagina è un gioiello. È vero, i protagonisti stanno morendo, ma non è forse vero che tutti noi un giorno non saremo nulla più che impronte sbiadite pronte ad essere cancellate dalle onde del tempo?
Hazel e Gus, meritano di essere considerati come più che “malati”. Sono giovani, consapevoli forse più di altri dei problemi sia spirituali che fisici della quotidianità, ma sono comunque esseri umani: scrigni pieni di sogni e paure e speranze e verità sofferte. Sono, come tutti noi, microcosmi da esplorare.

I temi trattati nel romanzo sono tanti e sarebbe pretenzioso da parte mia pretendere di esporli tutti. Sono temi questi sui quali bisogna riflettere da soli, esplorando sé stessi e la complessità degli stessi senza voci esterne che ci influenzino. Cosa potrei dire io sulla morte che non sia già stato detto milioni di volte?

Ciò che mi ha sorpreso di più è l’impatto emotivo che questo romanzo e, di conseguenza, la sua trasposizione cinematografica, hanno avuto sui lettori/spettatori. Credo sinceramente che sia dai tempi del Titanic che non venivano versate così tante lacrime per una storia. Forse è l’innocenza di Hazel e Gus a scatenare l’emotività dei lettori: consideriamo adrenalinici film d’azione in cui i cattivi vengono uccisi dall’aitante ed impavido eroe della situazione, perché forse ci danno un senso di giustizia. Non c’è niente di appagante, o di esaltante, nel vedere due ragazzi succubi del loro corpo malato, spegnersi.
Quindi, piangiamo.

Mi piace pensare che il finale di “The Fault in Our Stars” ricordi il finale della leggenda Medievale di “Tristano e Isotta”: quando le tombe dei due amanti vengono poste l’una accanto all’altra, due piante (una delle due proprio un nocciolo, in inglese “hazel”) escono dalle stesse intrecciando i loro rami, chiara metafora dell’amore che sopravvive la morte.

Su una scala da 1 a 10: 8,5

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