“Pomodori Verdi Fritti al Caffè di Whistle Stop”, F. Flagg

Sì, la vita era una cosa meravigliosa: donne, discorsi importanti, alta sovranità, i diritti della gente di colore, i diritti della gente di strada, le acque di colonia per uomo, le donne con gli abiti di satin color pesca o ricoperte di lamé fino a terra, bombette e cappotti con il collo di pelliccia porpora, marrone o verde, donne color della pece che ti davano la buonanotte con un bacio, sigari arrivati da Cuba, un vecchio orologio da taschino che non mancava mai di fare colpo quando veniva estratto dal panciotto, i bei momenti nei locali notturni.

Negli anni ’30 apre il caffè di Whistle Stop, cardine dell’intero romanzo, punto di convergenza delle vite di personaggi tanto singolari quanto rappresentanti di un’intera categoria umana. L’intera narrazione si svolge su diversi livelli ed ogni capitolo racconta piccoli frammenti della quotidianità dei personaggi: da Ruth ed Idgie, la strana coppia proprietaria del caffè, alla signora Threadgoode, residente in una casa di riposo a Rose Terrace.

I capitoli narranti la vita dei personaggi sono intervallati da piccoli bollettini di diversi giornali, primo tra tutti il giornale della signora Weems. Se inizialmente è difficile individuare lo scopo di tali intersezioni, man mano che si procede nell’intreccio questo appare evidente: inglobare i personaggi all’interno di una realtà più ampia in modo da rendere l’universo del romanzo maggiormente credibile e quasi palpabile al lettore, oltre che mostrare il riflesso degli eventi caratterizzanti le vite degli abitanti di Whistle Stop all’interno della cronaca locale.
È inoltre interessante osservare come il bollettino della signora Weems si interessi prevalentemente di fatti quali: “Opal dice che l’altro giorno in negozio c’era una tale ressa, con tutte che vogliono farsi belle per il banchetto della Stella d’Oriente, che qualcuno ha preso per sbaglio un cappotto non suo. Che ce l’ha è pregato di restituirlo“, palesando la piccolezza delle questioni sottoposte ai lettori e contemporaneamente contrapponendole alla complessità della realtà umana.

Nel complesso “Pomodori Verdi Fritti al Caffé di Whistle Stop” è un romanzo piacevole ma privo di un vero e proprio centro narrativo: gli eventi si susseguono in ordine cronologico sparso e sta al lettore ricostruire la linea temporale delle vicende. L’evento più eclatante dell’intera narrazione è l’omicidio del marito di Ruth, da sempre abusivo ed alcolizzato. Tuttavia è un mistero questo che viene risolto nel giro di un paio di capitoli, in modo a mio parere piuttosto sbrigativo, considerando la meticolosità con la quale nei capitoli precedenti si era dato credito ai vari tasselli che avevano condotto il misterioso assassino a compiere l’atto.

Non è certo un romanzo dalla trama sconvolgente, o da fiato sospeso; tuttavia è una piccola perla letteraria per quanto riguarda la vastità di alcuni degli argomenti trattati, primo tra tutti il razzismo dilagante negli Stati Uniti che, come si evince da queste poche righe: “I negri Idgie li serviva dalla porta sul retro“, è uno dei cardini del formichiere Whistle Stop. Idgie e Ruth infatti trattano tutti con rispetto, indipendentemente dal colore della pelle. Questo contribuisce alla costruzione del mito del loro caffè come piccola oasi all’interno della frenesia collettiva, esente da ogni legge discriminatoria del tempo.

La bellezza del libro sta nella semplicità con la quale i tormenti dei personaggi vengono portati alla luce, mostrandone l’evoluzione. Vengono esplorate diverse realtà, tutte ugualmente problematiche, caratterizzate da luce ed oscurità nel pieno spirito dell’umanità.
Dalla donna prigioniera di sé stessa – “No, non era la morte a spaventarla. Era questa sua vita di ogni giorno, che cominciava a ricordarle troppo da vicino la grigia sala d’aspetto del reparto di terapia intensiva” – passando per la crudeltà della vita dei vagabondi -“Sai, Smokey, pensavo che fare il vagabondo sarebbe stato divertente, ma adesso ho capito che non è così” – alle ripercussioni della guerra e della crisi sulle vite dei personaggi: la Flagg mette in scena un vero e proprio circo la cui attrazione principale altri non è che la vita stessa. Progetto forse troppo pretenzioso che spesso è sfociato in fatti confusionali ed inserimenti talvolta dispersivi, se non del tutto superflui.

6/10

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